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DanteDì: Dante, la mirabile visione e l’astrofisica. Di Antonio Lagrasta.

Dante profeta e Dante poeta. La Divina commedia è un’opera non unitaria né univoca, ma opera molto complessa e articolata e formata da elementi non omogenei, attraversata da due tendenze: quella profetica/escatologca e quella poetica. Tradizionalmente, in prevalenza, la critica ha privilegiato l’interpretazione della Commedia come componimento poetico, finzione fantastica altamente elaborata e considerato, in tono minore, l’aspetto profetico ed escatologico.

 

Dante definisce la sua opera “poema sacro”: sacro perché prendeva le mosse da una visione voluta dal Cielo,  poema perché opera stesa in forma letteraria dal poeta Dante:e pertanto alla sua composizione avevano cooperato e “posto mano e Cielo e terra”. L’aspetto profetico viene messo in evidenza dallo stesso Dante nell’Epistola a Cangrande, la cui paternità messa in discussione per decenni, sembra sia stata riconosciuta almeno in parte.

Ebbene,  questo documento mette in discussione la pacifica interpretazione della Commedia come opera esclusivamente poetica. Infatti nell’Epistola, ma anche in alcune parti del Paradiso, Dante parla di una “mirabile  visione”con l’intenzione di far credere che la descrizione del mondo ultraterreno derivi da qualcosa di più, che da semplice invenzione di fantasia.

Dante era un cristiano fervente e sincero e viveva in tempi in cui si credeva realmente al raptus in Paradiso di S: Paolo, nel viaggio all’Inferno di Enea: due viaggi non immaginari o filosofici, ma l’uno ritenuto reale e verità indiscutibile  dai cristiani e da Dante, l’altro ammesso come discesa storicamente avvenuta oltre che da Dante (“e fu corporalmente”), da una ricca letteratura medievale sulle Sibille e sull’”Eneide”; come del resto, storica era ritenuta la figura dell’eroe troiano, le sue peregrinazioni, il suo arrivo nel Lazio.

Il contesto storico d’altra parte era caratterizzato da un’estrema crisi religiosa che spingeva ad attese di una grande renovatio: l’abdicazione di Celestino, il pontificato di Bonifacio, la cattività avignonese, la questione della povertà, i sempre vivi fermenti ereticali. Contemporaneamente, nei scoli XII-XIV ci fu una fioritura della letteratura religiosa in cui numerosi sono gli esempi di visioni o di rapimenti al cielo Nel contesto di queste testimonianze, un critico, G. Padoan  (La “mirabile visione” di Dante e l’epistola a Cangrande ) sostiene che «l’Epistola riaffermi apertamente proprio la realtà del viaggio oltremondano di Dante e delle visioni godute per grazia divina, differenziandosi in ciò, in modo sintomatico, dai commentatori trecenteschi del poema» che, per coprirne le pericolosità teologiche, ne proposero invece una lettura simbolica.

Nella discussa Epistola a Cangrande della Scala Dante Alighieri afferma che il proposito della sua Commedia è quello di « removere viventes in hac vita de statu miserie et perducere ad statum felicitatis », cioè “allontanare coloro che vivono in questo mondo dallo stato di miseria e condurli ad uno stato di felicità”. Dante si sente dunque investito da una missione divina: riportare l’umanità del suo tempo, sempre più traviata e corrotta a partire dalla stessa Chiesa, dominata da Papa Bonifacio VIII, sulla retta via che, attraverso penitenza, sapienza ed ascesi la ricondurrà alla sua vera patria, la dimensione divina.

Padoan, afferma “la necessità di considerare l’opera poetica nel contesto del fervore religioso che animò l’Alighieri, convinto di essere strumento provvidenziale e di essere stato chiamato a riferire agli uomini un messaggio”.

Comunque, Dante nell’epistola cita tre esempi biblici: il raptus al cielo di S.Paolo, la visione che S: Pietro, S: Giacomo e S.Giovanni ebbero della trasfigurazione di Cristo, la visione della gloria di Dio avuta da Ezechiele. E inoltre Dante cita alcuni autori come Riccardo da S. Vittore e S. Bernardo perché nei loro testi emerge il concetto di visione beatifica come sommo grado di conoscenza e come fatto straordinario  ma che pure rientra nell’ordine naturale voluto da Dio. Dante precisa che la Commedia non è stata scritta “ad speculandum” e sottolinea ripetutamente con chiarezza e decisione che si è trattato di visione vera e propria, <<divinitus>> e cioè ispirato dalla grazia divina.

Se si entra in questa ottica, di una capacità reale di trasfigurazione, forse è più agevole comprendere quelle “mirabili visioni” grazie alle quali alcuni critici hanno potuto parlare di importanti intuizioni che trovano riscontro nell’astronomia e nell’astrofisica contemporanee.

Secondo il fisico rumeno Horia-Roman Patapievici, il cosmo dantesco potrebbe essere visto come un’ipersfera. Infatti nel libro Gli occhi di Beatrice. Com’era davvero il mondo di Dante?.  sostiene che l’universo delineato da Dante nella sua opera fondamentale ha anticipato il mondo di Einstein: una sfera a quattro dimensioni, una ipersfera, la cui superficie sarebbe uno spazio tridimensionale. Il mondo quadridimensionale di Dante è frutto poetico e profetico del tentativo di conciliare la cosmologia aristotelica alla visione cristiana: il visibile e l’invisibile, la materia e lo spirito, il corso inarrestabile del tempo e l’eternità. L’autore rumeno prende in considerazione un disegno di Michelangelo Cactani (1855): a prescindere dal cielo con le stelle fisse, conforme all’armoniosa cosmologia ellenica, appare una specie di inestetica „escrescenza” rappresentante l’Empireo e le gerarchie angeliche intorno a Dio.

Horia-Roman Patapievici non ammette che Dante fosse capace di tale deformazione, tanto più che lo stesso poeta non poteva mancare l’istante unico nella sua vita: immortalare la visione abbagliante di Dio. Lo fa valendosi degli occhi di Beatrice come di uno specchio, anche se l’immagine nello specchio viene rovesciata. Il mondo invisibile diventa così una copia rovesciata del mondo visibile: l’Empireo è dio-centrico, mentre la Terra è demono-centrica, i cori degli angeli girano intorno a Dio con una velocità sempre più grande, mentre i cieli rallentano i loro motori man mano che s’avvicinano alla Terra; l’invisibile sottosta a delle norme in opposizione con quelle del mondo visibile. E per spiegare queste simmetrie, all’autore non rimane altro che concepire l’universo visibile (avendo nel centro la Terra) e l’Empireo (avendo nel centro Dio) come due sfere che condividono la stessa superficie, cioè il „primo mobile”. Possiamo chiamarlo l’equivalente di un’ipersfera, oggetto della geometria di Riemann, adottato da Einstein per descrivere l’universo della relatività dello spazio e del tempo.
Anche secondo il fisico italiano Carlo Revelli la struttura dell’universo descritta nel Paradiso è la stessa suggerita dal grande fisico della relatività. Ed è coerente con le più recenti misure cosmologiche.

Antonio Lagrasta.

 

 

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