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Università Popolare Eretina A. Martinoia

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I poeti e le stelle

Periodicamente il nostro Docente Antonio Lagrastas la lettura di alcune poesie dedicate alle stelle. Considerando che paradossalmente l’atmosfera ora più pulita permette una visione più limpida, potremmo dedicare, nei limiti delle possibilità dei cieli urbani, qualche minuto all’osservazione del cielo stellato e all’ascolto della notte.

Una precisazione: le figure seguenti completano il precedente articolo “Dante, la mirabile visione e l’astrofisica”. 

Dante e le stelle

Cerchiamo ora, nel rispetto di quell’equilibrio o armonia tra Dante poeta e Dante profeta (v. articolo precedente), di avvinarci ad alcune parti della Divina Commedia godendo del contenuto estetico e poetico e riflettendo sulle conoscenze scientifiche che sono intuizioni fondate sul sapere dell’epoca ma anche il risultato di una ‘mirabil visione’ di un Dante ispirato da Dio. Anche nelle opere minori Dante dimostra un grandissimo interesse per le scienze allora conosciute ma soprattutto per l’astronomia. Ad es. nel Convivio scrive:

<<E[l’astronomia] più che alcune delle sopradette [(scienze] è nobile e alta per nobile subietto, che è de lo movimento del cielo, e alta e nobile per la sua certezza, la quale è senza difetto, sì come quella che da perfettissimo e regolarissimo principio viene. E se difetto in lei si crede per alcuno, non è da la sua parte, ma, sì come dice Tolomeo, è per la negligenza nostra, e a quella si dee imputare. » (Convivio,II,13)      

L’amore per le stelle spinge il poeta a paragonare le scienze ai vari cieli e a sostenere  che “in ciascuna scienza la scrittura è stella piena di luce”. Questo è confermato dal fatto che ogni Cantica si apre e si chiude con la parola “stelle”. E’ una specie di firma, di stigma che il poeta lascia per manifestare nella sua audacia immaginativa curiosità, amore e attrazione per la bellezza del creato.

Nel canto I dell’Inferno il poeta inizia il suo viaggio e vede montare il sole come quando Dio creò il cosmo

Temp’ era dal principio del mattino,
e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino

mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle

l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone.   In., I, 37 ss                                                                                                                                                  

E alla fine della prima Cantica:

Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d’alcun riposo,                                                                                                                

salimmo sù, el primo e io seco                         

tanto ch’i’ vidi de le cose belle                                                                                                                                 

che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.    In,.34, 133-139 

Il Purgatorio si apre con la vista di Venere e dei Pesci e delle quattro stelle del polo australe

Dolce color d’oriental zaffiro,
che s’accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro infino al primo giro,

a li occhi miei ricominciò diletto,
tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
che m’avea contristati li occhi e ‘l petto.

Lo bel pianeto che d’amar conforta
faceva tutto rider l’oriente,
velando i Pesci ch’erano in sua scorta.

I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
a l’altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’a la prima gente.

Goder pareva ‘l ciel di lor fiammelle:
oh settentrional vedovo sito,
poi che privato se’ di mirar quelle!

E si chiude col poeta che, rinnovato nella virtù per aver bevuto le acque dell’Eunoè, si dice pronto a “salire le stelle” metafora della vera meta dell’uomo.

Io ritornai da la santissima onda
rifatto sì come piante novelle
rinnovellate di novella fronda,

puro e disposto a salire a le stelle.   Pu., 33, 142-145     

 

Il Paradiso inizia con la ‘lucerna del mondo’,  il sole

La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.

Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;

perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.   Pa,  I, 1 e ss

e poi continuando, con versi che hanno dato luogo a diverse interpretazioni, il poeta indica il momento cronologico: probabilmente si riferisce all’equinozio di primavera quando il sole è nella costellazione dell’Ariete; forse è mezzogiorno. Poi anch’egli fissa gli occhi nel sole e tornando a specchiarsi negli occhi di Beatrice si sente transumanare incominciando a salire con la sua donna verso il cielo.

Surge ai mortali per diverse foci
la lucerna del mondo; ma da quella
che quattro cerchi giugne con tre croci,

con miglior corso e con migliore stella
esce congiunta, e la mondana cera
più a suo modo tempera e suggella.

Fatto avea di là mane e di qua sera
 tal foce, e quasi tutto era là bianco
quello emisperio, e l’altra parte nera,

 quando Beatrice in sul sinistro fianco
vidi rivolta e riguardar nel sole:
aquila sì non li s’affisse unquanco        Pa., I, 37-48

 

Il Paradiso si conclude:

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,                                                                                                                      

sì come rota ch’igualmente è mossa,                                                                                                                                           

l’amor che move il sole e l’altre stelle

 

In appendice alcuni versi di un grande poeta arabo-siciliano, Ibn Hamdis (1056-1133)

Ibn Hamdīs  detto anche il Dante arabo nacque a Noto (Siracusa), e dopo aver preso parte alle lotte contro i normanni emigrò alla corte di Siviglia accolto dal sovrano – anche lui poeta – al-Mu’tamid. Qui vi rimase fino al 1091; poi venne espulso e si rifugiò presso le corti di Algeria e Tunisia. La sua produzione poetica – bacchica ed elegiaca – fu molto vasta e conta circa seimila versi. In una epoca di vasti disordini politici, nessuno seppe esprimere come questo poeta l’amore, il dolore e una struggente nostalgia per la bella terra di origine. Si spense in esilio, e probabilmente a Maiorca, quando il potere degli Altavilla si era oramai definitivamente consolidato in Sicilia.

Ibn Hamdis ha lasciato  un canzoniere molto ricco, circa seimila  versi, per i quali egli primeggia  in quella  forma che è chiamata  ” wasf”, ossia  poesia descrittiva   nata nell’Andalusia araba. Lo ” wasf”    canta non solo particolari  della natura  e del paesaggio nel senso  più ampio, ma anche dell’amore,  con l’esaltazione della  bellezza femminile , del vino  e della notte;   del sentimento  guerresco.

Nelle sue poesie spesso sono descritte le stelle e in particolare le Pleiadi

“Le stelle lucenti come destrieri lanciati al  corso, sono cacciate                                                                                                                                          all’occidente dove si legge l’oroscopo dell’orto,                                                                                                                                                                    come se esse poggiassero le lo loro guance per dormire                                                                                                                                                    laggiù, benché esse non dormano.

Spesso la notte io sto a guardare le stelle che paiono

micce accese o cuspidi lampeggianti.                                                                                                                                                                            Vedo le Pleiadi sorgere e sembrano                                                                                                                                                                                    un vezzo di sette perle di cui hai fatto collana.”   

 

“Le Pleiadi presentano una mano con le dita ingemmate,                                                                                                                                                    la cui tinta sono le tenebre….

Sembra che l’aurora le vada raccogliendo, quasi fossero                                                                                                                                                    grappoli di luce con le foglie di tenebre.  

(Trad. di C. Schiapparelli)                                                            

“Profumo di donna”  

Il profumo di lei! Tu credi che il suo amplesso                                                                                                                   

e quella che lo procura siano tutto il paradiso.                                                                                                                                                                      Si schiude la rosa della guancia sul ramo della sua persona, e ivi fiorisce 

la camomilla del sorriso.                                                                                                                                    

Ascoltar la sua parola è un gradevole passatempo, come il diletto del vino o d’un canto improvviso.                                                                                                                                                 

Mentre la tengo stretta a me, mi racconta i suoi segreti, e la mia bocca raccoglie dalla sua intime confidenze.                                                                                                                                                        

Quando le Pleiadi adornano il sommo della notte, offrendo nelle mani dell’alba un mucchietto di stelle, trovo le sue labbra dolci, come fossero infuse di vino vecchio miscelato con muschio.”

La falce lunare    

Guarda la bellezza della luna nuova che spunta                                                                                                                                     

e squarcia con il suo lume le tenebre                                                                                                                                    

Sembra una falce tutta d’oro che miete il narciso                                                                                                                 

tra i fiori dei giardini. 

 

In un’altra poesia, “L’anima volle tutto in giovinezza” non compaiono le stelle ma in alcuni versi emerge uno struggente sentimento di nostalgia per la sua amata Sicilia.

……….

Sicilia mia.  Disperato dolore                                                                                                                                                         

si rinnova per te nella memoria                                                                                                                                         

Giovinezza. Rivedo le felici                                                                                                                                                    

follie perdute e gli splendidi amici                                                                                                                                               

Oh paradiso da cui fui cacciato!                                                                                                                                             

Che vale ricordare il tuo fulgore?                                                                                                                                         

Mie lacrime. Se troppo non sapeste                                                                                                                                       

di amaro formereste ora i suoi fiumi                                                                                                                                              

Risi d’amore a vent’anni sventato                                                                                                                                                 

a sessanta ne grido sotto il peso                                                                                                                                          

Ma tu non aggravare le mie colpe                                                                                                                                       

se l’Iddio tuo già concesse il perdono

(Trad. di F. Corrao e T. Scialoia)                                      

 

       Antonio Lagrasta                                                         

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